Ora Duterte vuole la pace
Geraldina Colotti, 23.08.2016, “Il Manifesto”
Filippine. Intervista a padre Aris Miranda, direttore esecutivo di Camillian Disaster Service International (Cadis)
Filippine, il presidente Rodrigo Duterte
© La Presse
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha deciso di ripristinare il cessate il fuoco con il Nuovo esercito del popolo (Npa), braccio armato del Partito comunista (Cpp). In vista dei colloqui di pace, che si apriranno la settimana prossima in Norvegia, sono in libertà provvisoria il presidente e il segretario generale del Partito comunista filippino, che potranno partecipare alle trattative. I colloqui di pace con l’Npa, che esiste dalla fine degli anni ’60, si erano bloccati nel 2012, quando l’allora presidente Benigno Aquino aveva rifiutato di liberare i prigionieri politici. Lo scorso 25 luglio, Duterte aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale, ma lo aveva annullato sei giorni dopo, a seguito di un’azione armata dei comunisti. Ne abbiamo parlato con padre Aris Miranda, direttore esecutivo dell’organizzazione umanitaria Camillian Disaster Service International (Cadis), un’organizzazione cattolica che fa parte dell’International Coalition for Human Rights in the Philippines (Ichrp) e di Umangat Migrante, che si occupa dei diritti dei migranti.
Come
valuta l’atteggiamento di Duterte?
Da anni appoggiamo il Cpp, costretto alla clandestinità e incluso dagli Usa
nella lista delle organizzazioni terroriste. Già il 25 luglio, all’annuncio del
cessate il fuoco, dall’Olanda ha subito dato il suo assenso il nostro compagno,
il professor Jose Maria Sison, fondatore del Cpp e responsabile del Fronte
nazionale democratico delle Filippine (Ndfp). Ora inizieranno in Norvegia le
trattative di pace. Un percorso già tentato dal governo precedente, ma fallito
per il rifiuto di liberare i prigionieri politici e di perseguire obiettivi
diversi da quelli della semplice resa unilaterale dei comunisti.
E
perché questa volta dovrebbe funzionare? Il profilo del nuovo presidente è
quello di un politico da “tolleranza zero”.
E’ vero. Durante la campagna elettorale ha parlato di ripristinare la pena di
morte, di eliminare criminali e narcotrafficanti in sei mesi e, da quando è
stato eletto, la polizia ne ha già uccisi 1.700. La chiesa è preoccupata, ma
c’è da dire che – anche in un paese cattolico all’86% come il nostro – la
maggioranza vuole la pena di morte per i narcotrafficanti, e ha richiesto a
gran voce un uomo forte come Duterte. Negli oltre vent’anni in cui è stato
sindaco, Duterte ha fatto di Davao, una grande città del sud, un luogo in cui
si può girare tranquilli di notte e in cui c’è lavoro, le attività commerciali
sono molto sviluppate, e Davao è stata premiata più volte come la città più
sicura dell’Asia. Non voleva candidarsi, ma adesso pensiamo tutti che possa
dare una nuova possibilità al paese. Naturalmente, io penso che quello della
droga o dell’insicurezza sia un effetto, e che occorra risolvere le cause alla
radice. Il narcotraffico è una conseguenza di problemi strutturali. Abbiamo
vissuto la feroce dittatura di Marcos, imposta dagli Stati uniti, e non
vogliamo tornare indietro. Poi abbiamo anche eletto una presidente donna,
sperando che le cose potessero cambiare, ma così non è stato. Quella dittatura
ha solo cambiato forma. Da allora è esercitata dalle grandi multinazionali Usa,
canadesi, britanniche, che depredano le nostre risorse senza garantire
benessere alla stragrande maggioranza della popolazione. Duterte non è ricco, è
un avvocato del sud che proviene dalla classe media e non da quell’oligarchia
che tiene in pugno da sempre il paese. Per la prima volta il suo governo ha
messo cinque membri del Partito comunista a dirigere i settori più sensibili:
dal Dipartimento di programma agrario, dove c’è un leader del Partito comunista
che da sempre si batte per una riforma agraria, al ministero del Lavoro e del
Welfare. Duterte ha parlato di controllo delle risorse minerarie, siamo il
paese dell’Asia più ricco di minerali ma non ne siamo padroni. Ha detto che
vuole un governo di pace e riconciliazione, è la prima volta, finora i governi
hanno protetto gli interessi dei pochi, dobbiamo dargli una possibilità…
Di
che si occupa la Camillian Disaster?
Lavoriamo nel campo della salute e dei disastri, che non sono mai soltanto
“naturali”, soprattutto nel sud. Le grandi imprese estrattive hanno molte
responsabilità. La mia congregazione è stata fondata da Camillo De Lellis, il
“santo degli infermi”. Quello dell’accesso alla salute è un problema drammatico
nel mio paese. I poveri – la stragrande maggioranza – non possono curarsi. La
sanità è privata, la copertura sociale è minima, nei grandi ospedali i servizi
sono privati. La maggioranza della popolazione è composta da contadini poveri,
che non ricevono sussidi e producono a malapena di che sopravvivere. Il primo
obiettivo sarebbe quello di una riforma agraria. I contadini lavorano un pezzo
di terra che non gli appartiene, lo stato non li aiuta e non ha modernizzato
l’attività agricola. La terra è monopolio di pochi latifondisti che posseggono
le piantagioni di ananas o banana e mettono in campo governi che difendono i
loro interessi. Il grande problema, da noi, è l’accesso ai diritti basici e
l’assenza di un lavoro garantito. La scuola è gratis fino alle medie, poi
bisogna pagare. Tuttavia, guardando il livello d’istruzione di chi emigra,
vediamo che tra il 20 e il 30% si tratta di professionisti, medici o infermieri
che in Italia lavorano come badanti o domestici. La nostra organizzazione si
occupa anche di organizzare i migranti a livello internazionale, sia nei paesi
di destinazione che nelle Filippine.
In
base ai dati di Umangat, quanti sono i filippini in Italia?
Secondo l’ultimo censimento, quelli regolari sono quasi 180.000, ma secondo i
nostri dati sono quasi 240.000, quasi la metà è senza documenti, non perché sia
entrata illegalmente, ma perché non ha potuto rinnovare il permesso di
soggiorno con un lavoro dichiarato. Quasi tutti vorrebbero rientrare, lasciare
la famiglia ha un costo sociale elevato, ma nel paese non ci sono possibilità.
La maggioranza dei filippini lavora nei paesi del Medioriente, in condizioni
terribili e in molti ogni settimana tornano a casa in una bara. In Arabia
Saudita, circa 4.000 lavoratori stanno protestando perché da 5 mesi non vengono
pagati, e non vogliono tornare a casa senza i loro soldi. Spesso i migranti
pensano a lavorare, a mandare i soldi a casa ma non s’interrogano sul perché
nel loro paese non ci sia lavoro e benessere nonostante il territorio sia pieno
di risorse. I nostri ingegneri se ne vanno a costruire le torri di Dubai.
E
ora Duterte vuole importare i medici cubani…
Ha detto che vuole istituire un sistema di formazione sanitario come quello di
Cuba, che invia i medici nei paesi più poveri, che vuole fare un accordo con
l’Avana. Quando ero direttore di un ospedale nel sud del paese – una zona molto
povera – ho visto che i nostri medici non volevano rimanere, preferivano andare
nelle grandi città dove venivano pagati di più o emigrare negli Usa. Preferivano
prendere una seconda laurea in scienze infermieristiche perché negli Usa c’è
richiesta di infermieri. Nessuno voleva rimanere lì, assicurare un servizio
decente alla popolazione povera era un’impresa impossibile.